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Allah vede, e l'Umanitario provvede

Giuliano Ferrara per “Il Foglio”
Non so, chiederò un parere a Toni Capuozzo, l'unico di cui mi fidi. Oppure aspetterò un nuovo numero di “Diario”, sperando che dopo aver sputtanato quei mascalzoni che si erano inventati il "massacro di Jenin" prima che non accadesse (dico: non accadesse), e dopo aver trascinato nel ridicolo quella carovana di girovaghi del complotto occidentale dell'11 settembre presi sul serio dai grandi media, Enrico Deaglio ci racconti con un'inchiesta vecchio stile la vera storia del rapimento delle due Simone e di quello di Gabriele Torsello.

Dovessi credere senza verifiche serie a quel che mi raccontano i poveri Tg fotoromanzati e sentimentali, i servizi segreti con il capo in persona che parla in prime time e i complimenti bipartisan di D'Alema e del Berlusca, i sottosegretari con delega ai servizi di ogni governo, i giornalisti impegnati di buon animo nella lunga faida tra sbirri e 007, e le anime buone costrette a commentare il soggiorno francescano tra i lupi delle varie Simone e dei vari Gabrieli; mi sputerei in faccia, non una, ma due volte, tre volte, mille volte.

Preferisco, nell'interesse del lettore e mio, che mi sputi in faccia il partito umanitario, saprò lavare l'onta. Ma l'autosputo no. Vi dico dunque che cosa non torna - secondo me - in tutte queste storie a lieto fine, le uniche di cui questo paese di stronzi si inorgoglisce, mentre quelle tragiche, con un Quattrocchi impresentabile e poverocristo che dice "vi faccio vedere come muore un italiano" sembrano fatte apposta per farlo vergognare di sé. Ecco, niente torna.
E tutto torna alla perfezione.

In Iraq e in Afghanistan agiscono persone e organizzazioni cosiddette umanitarie border Line, un po' di qua e un po' di là. Per di qua intendo il regime di protezione assicurato agli occidentali dai soldati che muoiono per la libertà di tutti combattendo allo scopo di intimare la pace agli assassini e banditi islamisti, dotare di costituzioni e governi eletti quei paesi sventurati, tutelare milioni di iracheni e di afghani abituati al taglio delle mani, alla lapidazione nello stadio, alla segregazione delle donne o ai gas anticurdi, alle stragi antisciite, ai giochi neroniani della corte di Saddam (a proposito, quando lo impiccano?).

Si chiamano Emergency o Un ponte per... con i puntini sospensivi che fanno tanto universalista. Sotto la protezione delle nostre baionette, che a loro fanno peraltro assai schifo, los umanitarios praticano la carità in pieno sole, in modo che la mano destra sappia sempre quello che fa la sinistra, in modo che se ne possa parlare molto allo stadio e da Fazio, e che sulla base della carità, questi laici che insegnano il cristianesimo agli altri, quando non direttamente l'islam, si possa fare politica en plein air, come eroi sentimentali che ne sanno una più del diavolo perché, come ripetono ossessivamente e narcisisticamente, loro lavorano sul campo.

Border line, dicevo. Un po' di qua e un po' di là. Per di là intendo quel che tutti sappiamo. Gli aguzzini e i terroristi loro li chiamano umanitariamente resistenti, i baathisti sono "il grande popolo iracheno" di cui parlarono per ringraziarlo le due Simone al ritorno in patria, Corano in mano come gentile cadeaux dei rapitori; e l'islam in marcia che ci convertirà tutti è quello talebano rappresentato dal fotografo vestito da imam che dice di aver soggiornato al buio per ventitré giorni ma di aver trovato consolazione nella lettura del Corano, sempre al buio, si suppone. Ecco, questi sono un po' tanto di qua e un po' tanto di là.

A un certo punto, in circostanze misteriose, vengono rapiti. Poi, in circostanze felicemente misteriose, vengono rilasciati. In mezzo tanti altri misteri, stavolta grotteschi. Telefonini che squillano. "Ciao Gabriele, come va la prigionia?". Mediatori che si affollano. Momenti di panico alla conquista dell'opinione pubblica: ue', questo lo ammazzano. Poi il lieto fine, con un afghano di Emergency che va a prendere il fotografo afghanizzato su un ciglio della strada. Oppure, come a Baghdad, telecamere che riprendono il rilascio in burnus appena lavato e stirato.
 
Testoline di futuri candidati al Parlamento, come quell'abruzzese della croce rossa, che si fanno vedere e fanno ciao ciao con la manina. Poi comizi islamo-pacifisti, magari in piazza del Campidoglio. Servizi italiani che fanno il loro mestiere e anche qualcosa di più, in mezzo a qualche vanteria di troppo. Infine il mistero più grottesco di tutti. Quel segreto di stato che non protegge gli agenti occidentali quando fanno il loro lavoro e deportano al Cairo il famoso Abu Omar, quel segreto invece funziona benissimo, e i dottori Spataro dell'intera magistratura italiana dormono della grossa, per negare e ancora negare che sia stato pagato un riscatto.

Il principio di legalità, come tutti i principi in bocca agli ipocriti che vi si poggiano sopra, sa bene come piegarsi alle circostanze. Niente riscatto, dunque. Non sia mai si possa pensare che i nostri quattrini vanno a finanziare gli attentati contro i nostri soldati, e l'acquisto di armi per il jihad. Che rafforzino quelli che hanno mozzato la testa di Daniel Pearl, il giornalista ebreo del Wall Street Journal per il quale non ci fu scampo né lettura del Corano. Ce li hanno ridati, los umanitarios, perché siamo bravi, abbiamo i servizi andreottiani più ammanicati del mondo, facciamo una politique arabe à l'italienne che non ha rivali.

Fossi un adepto della setta di Chiesa Giulietto, direi che questi se la rapiscono e se la cantano da soli. Siccome non sono un complottista, non lo dico. Dico che vorrei sapere la verità, che la magistratura e il Parlamento dovrebbero fare questo mestiere di accertamento, e che quando Gino Strada dice che la sua organizzazione benevola tiene aperti canali decisivi con il nemico islamista, e se ne vanta, non ha torto. Solo che per quei canali passano i riscatti umanitari con cui si riforniscono i nostri nemici. Complimenti allo stato e a chi ci crede.

Pubblicato il 6/11/2006 alle 20.11 nella rubrica Diario.

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