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Diario


4 ottobre 2009

PRINCIPÎ ESSENZIALI DELLA SCUOLA AUSTRIACA

 1.1. La teoria austriaca dell’azione e la teoria neoclassica della decisione

Per i teorici Austriaci la scienza economica va concepita come una teoria dell’azione più che della decisione, cosa che costituisce una delle caratteristiche che maggiormente li separa e li differenzia dai loro colleghi Neoclassici. In effetti, il concetto di «azione umana» ingloba e supera il concetto di decisione individuale. In primo luogo, secondo la Scuola Austriaca, il concetto di azione include non soltanto l’ipotetico processo di decisione in un contesto di conoscenza “data” sui fini e sui mezzi, ma soprattutto «la percezione stessa del sistema di fini e mezzi» (KIRZNER, 1973: 45) in seno alla quale ha luogo quell’assegnazione economica che, con carattere esclusivo, si trova al centro dell’interesse dei Neoclassici. Inoltre, per gli Austriaci, la cosa più importante non consiste nel prendere una decisione, bensì nel fatto che tale decisione sia portata a termine attraverso un'azione umana nel cui processo (che può giungere o meno a compimento) si producono una serie di interazioni e di atti di coordinamento il cui studio costituisce l’oggetto della scienza economica. Pertanto l’economia, lungi dall’essere un insieme di teorie sulla scelta o sulla decisione, costituisce un corpus teorico che si occupa dei processi di interazione sociale, i quali potranno essere più o meno coordinati in base alla perspicacia mostrata nell’esercizio dell’azione imprenditoriale da parte degli attori implicati.

Gli Austriaci sono in particolar modo critici verso la ristretta concezione dell’economia che ha la sua origine in Lionel C. Robbins e nella sua celebre definizione come scienza che studia l’utilizzo di mezzi scarsi, suscettibili di usi alternativi, per la soddisfazione dei bisogni umani (ROBBINS, 1932). La concezione di Robbins, infatti, presuppone implicitamente una conoscenza data dei fini e dei mezzi, e il problema economico viene così ridotto ad un problema tecnico di mera assegnazione, massimizzazione od ottimizzazione, sottomesso a restrizioni che si suppongono parimenti note. Si può così affermare che la concezione dell’economia di Robbins corrisponde al nucleo del paradigma neoclassico e che può essere considerata completamente estranea alla metodologia della Scuola Austriaca così come oggi essa viene intesa.

In effetti, l’uomo robbinsiano è un automa o una semplice caricatura dell’essere umano che si limita a reagire in maniera passiva di fronte agli avvenimenti. Da questa concezione di Robbins bisogna distinguere la posizione di Mises, di Kirzner e degli altri economisti austriaci i quali ritengono che l’uomo, più che assegnare mezzi dati a fini altrettanto dati, in realtà cerca costantemente nuovi fini e mezzi, apprendendo dal passato ed usando la sua immaginazione per scoprire e creare il futuro.

Perciò, secondo gli Austriaci, l’economia rimane subordinata, od integrata, all’interno di una scienza molto più generale ed ampia: una teoria generale dell’azione umana (e non della decisione o della scelta umana). Secondo Hayek, per questa scienza generale dell’azione umana «se di un termine c’è proprio bisogno, il più appropriato sembra essere quello di scienze ‘praxeologiche’ […] ed ora chiaramente definito ed largamente impiegato da L. von Mises» (HAYEK, 1952a: 24).

1.2. Il ‘soggettivismo’ austriaco e l’’oggettivismo’ neoclassico

Un secondo aspetto di importanza capitale per gli Austriaci è rappresentato dal “soggettivismo”. Secondo la Scuola Austriaca, la concezione soggettivista risulta essenziale e consiste precisamente nel costruire la scienza economica partendo sempre dall’essere umano reale, considerato come attore creativo e protagonista di tutti i processi sociali. Perciò, secondo Mises, «l’economia non si occupa dei costi tangibili e di oggetti materiali; si occupa degli uomini e delle loro intenzioni e azioni. Beni, mezzi, ricchezza e tutte le altre nozioni non sono elementi della natura, sono elementi dell’intenzione e della condotta umana. 

Colui che desidera considerarli non deve badare al mondo esterno; deve ricercare per essi l’intenzione degli uomini agenti» (MISES, 1949: 89). È facile comprendere, pertanto, che per gli esponenti della Scuola Austriaca –e molto diversamente dai Neoclassici– le restrizioni in economia non derivano da fenomeni oggettivi o da fattori materiali del mondo esterno (ad esempio, le riserve di petrolio), bensì dalla conoscenza umana di tipo imprenditoriale (la scoperta di un carburatore che riuscisse a duplicare l’efficienza dei motori a scoppio avrebbe lo stesso effetto economico del raddoppio del totale di riserve fisiche di petrolio).

Da ciò consegue che, secondo la Scuola Austriaca, la produzione non è un fatto fisico-naturale ed esterno ma, al contrario, un fenomeno intellettuale e spirituale (MISES, 1949: 136).

1.3. L’imprenditore austriaco e l’homo oeconomicus neoclassico

La funzione imprenditoriale, alla quale sarà dedicata gran parte del seguente capitolo, è la forza protagonista nella teoria economica austriaca, mentre, al contrario, essa brilla per la propria assenza nell’economia neoclassica. Ciò è da ascriversi al fatto che la funzione imprenditoriale è un fenomeno proprio di un mondo reale che si trova sempre in disequilibrio e pertanto non può giocare nessun ruolo nei modelli di equilibrio che assorbono l’attenzione degli autori neoclassici. Inoltre, i teorici neoclassici considerano la funzione imprenditoriale come un ulteriore fattore di produzione che può essere assegnato in funzione dei benefici e dei costi previsti; conseguentemente.

Per questo, essi non si rendono conto che, analizzando in tal modo l’imprenditore, cadono in una contraddizione logica insolubile: richiedere risorse imprenditoriali in funzione dei loro benefici e costi previsti implica infatti il credere che si disponga di un’informazione oggi (valore probabile dei loro benefici e costi futuri), vale a dire
prima che la stessa sia stata creata dalla funzione imprenditoriale. In altre parole, come si vedrà più avanti, la principale funzione dell’imprenditore consiste nel creare e nello scoprire un’informazione che prima non esisteva e, fintanto che tale processo di creazione di informazione non giunge a termine, la stessa non esiste né può essere conosciuta, poiché, sulla base dei benefici e dei costi previsti, non è possibile (come invece ritengono i neoclassici) effettuare preventivamente nessuna attribuzione.

Oggi esiste una quasi unanimità fra gli economisti austriaci nel considerare un errore la credenza che il beneficio imprenditoriale derivi dalla semplice assunzione dei rischi. Il rischio, al contrario, dà semmai luogo ad un costo aggiuntivo del processo di produzione, che non ha niente a che vedere con il beneficio imprenditoriale puro il quale sorge quando un imprenditore scopre un’opportunità di guadagno che in un primo momento gli era sfuggita e, di conseguenza, si comporta in modo da approfittare della medesima (MISES, 1949: 777-79).

1.4. La figura dell’imprenditore negli Austriaci e nei Neoclassici

Non si è soliti tener conto della diversa importanza che il ruolo dell’errore assume nella Scuola Austriaca ed in quella Neoclassica. Secondo gli Austriaci, è possibile commettere errori imprenditoriali ‘puri’ sempre che, nel mercato, permanga un’opportunità di guadagno che non sia conosciuta dagli imprenditori. È precisamente l’esistenza di questo tipo di errore che dà luogo, quando la stessa si scopre e si elimina, al “beneficio imprenditoriale puro”. Al contrario secondo gli autori Neoclassici, non esistono mai errori genuini di tipo imprenditoriale dei quali ci si debba pentire a posteriori. Questo perché essi razionalizzano tutte le decisioni che sono state prese nel passato nei termini di una supposta analisi costo-beneficio effettuata nell’ambito di un’azione di massimizzazione matematica subordinata a restrizioni. Pertanto, si capisce che i benefici imprenditoriali puri non hanno ragion d’essere nel mondo neoclassico e che essi, quando si citano, vengono considerati semplicemente come il pagamento per i servizi di un fattore ulteriore di produzione, o come la rendita derivata dall’assunzione di un rischio.

1.5. La teoria dell’informazione

Gli imprenditori generano costantemente nuove informazioni che hanno un carattere essenzialmente soggettivo, pratico, disperso e difficilmente articolabile (HUERTA DE SOTO, 1992: 52-67 e 104-110). Pertanto, mentre la percezione soggettiva dell’informazione è un elemento essenziale della metodologia austriaca, essa risulta assente nell’economia neoclassica. Ciò è da ascrivere al fatto che la maggior parte degli economisti non si rende conto che quando Austriaci e Neoclassici utilizzano il termine informazione si riferiscono a realtà radicalmente diverse. Secondo i Neoclassici l’informazione è qualcosa di oggettivo che, come le merci, si compra e si vende nel mercato come risultato di una decisione massimizzatrice. Tale “informazione”, immagazzinabile in modi differenti, non è in alcun modo l’informazione nel senso soggettivo di cui parlano gli Austriaci: conoscenza pratica, rilevante, soggettivamente interpretata, conosciuta ed utilizzata dall’attore in un’azione concreta. Per questo motivo gli economisti austriaci criticano Joseph E. Stiglitz e gli altri teorici neoclassici per non essere stati capaci di integrare la propria teoria dell’informazione con quella funzione imprenditoriale che, per gli Austriaci, è sempre la sua fonte generatrice e primaria. Inoltre, per gli Austriaci, Stiglitz non comprende fino in fondo che l’informazione è sempre essenzialmente soggettiva e che i mercati che egli considera “imperfetti”, più che generare “inefficienze” (nel senso neoclassico), creano le condizioni perché sorgano opportunità potenziali di guadagno imprenditoriale, che tendono ad essere scoperte e sfruttate dagli imprenditori in quel processo di coordinamento imprenditoriale che essi imprimono continuamente al mercato (THOMSEN, 1992).

HUERTA DE SOTO - LA SCUOLA AUSTRIACA




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