.
Annunci online

houseofMaedhros
schizzi e scazzi di finanza e dintorni


Diario


14 aprile 2008

I NEMICI DI DARWIN - terza puntata

Nel 1996 in un articolo pubblicato dal biochimico ricercatore universitario Michael Behe sul New York Times, intitolato «Darwin al microscopio», compare per la prima volta l’«eresia» secondo cui esiste una teoria chiamata «progetto intelligente» che spiega meglio della teoria darwiniana l’origine delle complesse macchine molecolari.

Nello stesso anno si tiene alla Biola University di Los Angeles una grande conferenza che riunisce 160 studiosi sostenitori dell’Intelligent Design, che viene considerata il luogo ufficiale di nascita del movimento. Nel marzo e nell’aprile del 2001 due approfonditi e positivi articoli sul disegno intelligente compaiono in prima pagina sul Los Angeles Times e sul New York Times, sancendo l’accettazione e la visibilità pubblica raggiunta dal movimento. È l’inizio di una rivoluzione intellettuale che potrebbe cambiare completamente i paradigmi scientifici esistenti. Ma da dove vengono, e dove vogliono arrivare questi scienziati anticonformisti, che hanno osato sfidare la dominante e apparentemente inespugnabile ortodossia darwinista? A detta di tutti, la miccia che ha innescato questa esplosione è il libro pubblicato nel 1985 dal chimico e medico australiano Michael Denton, il cui titolo dice tutto: Evolution: a Theory in Crisis. Secondo Denton il darwinismo si trova nel bel mezzo di una «crisi», nel senso dato dal filosofo della scienza Thomas Kuhn a questo termine, perché «dal 1859 a oggi non è stato confermato da una sola scoperta empirica», e ha accumulato troppi problemi irrisolti, che non possono più essere ignorati. Vediamo i principali.

Processo al darwinismo
1) L’insostenibilità della generazione spontanea. Per gli evoluzionisti la vita si è sviluppata casualmente dalla materia inorganica, ma la generazione spontanea non è mai stata osservata in natura. Nell’Ottocento Luigi Pasteur dimostrò in via definitiva che i microrganismi non nascono spontaneamente dalla materia, ma solo da altri microrganismi vivi già presenti, e che quindi ogni vivente deriva sempre da un altro vivente. Ma nei libri di testo non si legge anche che nel 1953 lo scienziato Stanley Miller riuscì a ricreare la vita in laboratorio da una mistura chimica simile al brodo primordiale? La verità è ben diversa. Miller riuscì solo a far scaturire un aminoacido, ma per arrivare da questo a una cellula vivente il salto è lunghissimo. Inoltre oggi gli scienziati sono convinti che la mistura di metano e ammoniaca usata per quell’esperimento non corrisponda all’atmosfera primitiva della Terra. Allo stato attuale delle conoscenze scientifiche la nascita della vita organica dalla materia inorganica, lungi dall’essere facilmente ricreabile come voleva dimostrare Miller, rimane un evento così infinitamente improbabile da sembrare miracoloso. Occorre dunque riconoscere che la teoria evoluzionistica sull’origine della vita è una semplice ipotesi, o un atto di fede, ma non certo un fatto.

2) I limiti genetici alla macroevoluzione. Tra le prove addotte a sostegno dell’evoluzione, viene spesso ricordata la resistenza acquisita dei batteri agli antibiotici. Questa però è micro-evoluzione (un piccolo cambiamento interno alla specie), non macro-evoluzione (un passaggio da una specie a un’altra), perché i batteri rimangono sempre batteri e non diventano un altro tipo di organismo. Gli evoluzionisti ipotizzano tuttavia che, su lunghi periodi di tempo, la microevoluzione possa dar luogo a una macroevoluzione. Questa estrapolazione teorica, oltre a non essere mai stata osservata, non si concilia però con ciò che l’uomo conosce da secoli riguardo la selezione artificiale delle piante e degli animali. Sembrano esserci infatti dei limiti genetici che impediscono a una specie di trasformarsi in una specie diversa. I cani ad esempio, pur venendo incrociati dagli allevatori da millenni, spaziano dai chihuahua agli alani, ma sono sempre rimasti cani. Ancor più significativi sono gli esperimenti con i moscerini della frutta, perché la loro breve vita permette di osservare un gran numero di successive generazioni. Tuttavia, malgrado i tentativi di guidarne l’evoluzione, i moscerini della frutta non hanno mai modificato la loro natura. Al massimo è intervenuta qualche variazione, quasi sempre instabile e difettosa. Pare quindi che perfino i tentativi della scienza di manipolare geneticamente le creature verso uno scopo ben definito (l’opposto, si badi bene, del cieco processo darwiniano) incontrino delle barriere invalicabili che rendono impossibile la macroevoluzione.

3) I reperti fossili mancanti. Se la teoria di Darwin è corretta, la terra dovrebbe essere ricolma di reperti fossili appartenenti a organismi intermedi tra una specie e l’altra. Dopo 150 anni di ricerche, tuttavia, la situazione appare molto deprimente per i sostenitori di Darwin. La classica immagine dell’albero darwiniano della vita presente in quasi tutti i manuali di biologia, con i rami che si dipartono da un capostipite comune, non trova infatti corrispondenza con le scoperte della paleontologia. Non solo non sono mai stati ritrovati gli «anelli intermedi» tra una specie e l’altra, ma dai ritrovamenti fossili risulta, al contrario, che le specie viventi siano apparse più o meno simultaneamente, già perfettamente formate, nella grande esplosione di vita del Cambriano, circa 540 milioni di anni fa. Tutte le supposte scoperte di forme transizionali intermedie (come l’Uomo di Piltdown, l’archaeopterix o l’archaeoraptor) si sono rivelate a un più attento esame degli errori di valutazione, se non dei veri e propri falsi costruiti ad arte. Davanti a questi «duri fatti», il famoso scienziato Stephen Jay Gould è stato costretto a riformulare la dottrina dell’evoluzione proponendo la teoria degli equilibri punteggiati, secondo cui l’evoluzione non avverrebbe per piccoli passaggi nel corso di lunghi periodi di tempo, ma con apparizioni improvvise di nuove specie senza transizione, alternate a lunghi periodi di stasi. È dubbio però che questa teoria possa salvare il darwinismo. Molti colleghi di Gould temono che egli possa diventare «il Gorbaciov del darwinismo», perché i suoi tentativi di salvare la teoria evoluzionista rischiano di distruggerla, così come l’ultimo segretario del Pcus ha distrutto il comunismo sperando di riformarlo.

4) L’inesorabile legge dell’entropia. In base alla seconda legge della termodinamica ogni sistema, lasciato a se stesso o al caso, perde energia, degrada e tende al disordine. Questa legge ferrea dell’universo è parte integrante della nostra esperienza quotidiana: senza manutenzione, cioè senza un intervento intelligente dall’esterno, tutte le cose si consumano e vanno in rovina. L’ordine è raro e difficile da ottenere; il disordine, al contrario, è lo stato più probabile. Se prendiamo un mazzo da poker con le carte ordinate per numero e per seme e lo mescoliamo, le carte si mischieranno. Non importa quante volte continueremo a mescolare il mazzo: le carte non torneranno più nell’ordine di prima, a meno che non le rimettiamo pazientemente a posto con un deliberato intervento intelligente. Ebbene, la teoria dell’evoluzione contraddice questa legge, perché presuppone che la natura, lasciata al caso, non tenda verso il caos o il disordine (cioè verso i risultati più probabili), ma evolva verso ordini superiori e complessi, statisticamente più improbabili: dalla materia inorganica alla materia organica, dagli esseri unicellulari a quelli pluricellulari, dagli esseri non intelligenti a quelli intelligenti. Ma una teoria può fare eccezione alla seconda legge della termodinamica? Lo scienziato Arthur Eddington, già ottant’anni fa, era convinto di no, e disse: «La legge dell’entropia detiene, a mio avviso, la posizione suprema tra le leggi della natura. Se una teoria si trova in contrasto con questa legge, non gli do alcuna speranza. Per essa non c’è niente da fare. È destinata a crollare nella maniera più umiliante».

L’“Intelligent Design” come teoria scientifica
È in questa situazione di forte insoddisfazione per il paradigma evoluzionista, e di ribellione al ferreo dogmatismo imposto dai neodarwinisti nei dipartimenti delle università, che verso la metà degli anni Novanta del Novecento prende forma il movimento scientifico dell’Intelligent Design (che in italiano si può tradurre come «disegno intelligente» o, meglio, come «progetto intelligente»). Il suo quartier generale è il Discovery Institute di Seattle, e tra i nomi di spicco si segnalano Michael Behe, David Berlinski, William Dembski, Michael Denton, Guillermo Gonzales, Philip Johnson, Stephen Meyer, Jonathan Wells e numerosi altri. La tesi centrale del progetto intelligente è che il caso e la selezione naturale, le forze che per i darwinisti spingono l’evoluzione, non sono sufficienti a spiegare le caratteristiche degli esseri viventi, la cui complessità si comprende meglio postulando una causa intelligente piuttosto che un processo senza direzione. Il disegno intelligente ripropone dunque, alla luce delle nuove scoperte della scienza e della tecnica, l’argomento classico secondo cui si può desumere l’esistenza di un progetto nell’universo dalle prove fornite dalla natura. Rispetto agli antichi apologeti del disegno intelligente, che avevano a disposizione solo la ragione e l’occhio nudo, oggi gli scienziati hanno il vantaggio di disporre di microscopi e telescopi moderni, che hanno permesso di scoprire delle forme di complessità prima inimmaginabili, come la cellula, la cui struttura organizzativa è immensamente più complicata di quanto si credeva ai tempi di Darwin; o come il Dna, con l’enorme quantità d’informazione che contiene; o come il principio antropico, secondo cui l’universo sembra essere finemente regolato, nei minimi dettagli, per rendere possibile la vita umana sulla terra, e che basterebbe alterare di un soffio una delle tante costanti dell’universo per renderla impossibile. Secondo i sostenitori del disegno intelligente, più l’ordine della vita e dell’universo si mostra complesso, più si indeboliscono statisticamente le probabilità della sua origine casuale, e più aumentano le probabilità di una causa intelligente. Al riguardo è fondamentale il concetto di «complessità irriducibile» elaborato dal biologo molecolare Michael Behe per descrivere quei meccanismi il cui funzionamento dipende dall’interazione di molte parti, e che non funzionerebbero per nulla se solo una di queste parti mancasse. Questi sistemi non possono formarsi per lenta evoluzione perché nelle fasi intermedie non servirebbero a niente, ma devono necessariamente essere progettati e assemblati tutti in una volta, come solo l’intelligenza sa fare. Behe rileva che l’attento studio degli organismi a livello molecolare rivela l’esistenza di numerose macchine «irriducibilmente complesse», i cui processi di formazione non sono stati ancora spiegati in maniera plausibile dalla teoria evoluzionista. Per togliere dignità scientifica a questo genere di argomenti, l’establishment evoluzionista usa la tattica di equiparare il progetto intelligente al creazionismo biblico di matrice fondamentalista. La scienza, secondo la definizione dei darwinisti, dovrebbe limitarsi alle sole spiegazioni materialiste della realtà. Per i fautori del progetto intelligente, invece, dovrebbe essere aperta a tutte le conclusioni cui giunge la ricerca. Se le prove empiriche rendono plausibile l’esistenza di un disegno intelligente nella natura, perché un ricercatore non dovrebbe accettarle? Esaminando un sistema lo scienziato può inferire l’esistenza di un progetto intelligente, ma non può stabilire chi sia il progettista. È possibile immaginarlo come un essere supremo, ma non spetta agli scienziati descriverlo. Non c’è alcun rischio di commistione con la religione, perché la scienza a questo punto si ferma, lasciando il posto alla teologia.

Per chiarire i rapporti tra scienza, religione e progetto intelligente, il matematico William Dembsky ha fatto notare che l’individuazione degli indizi di un intervento intelligente è un’attività comunissima nei campi più disparati: si pensi all’archeologia, quando occorre stabilire se un oggetto ritrovato sia o meno un manufatto; al programma Seti per intercettare segni di intelligenza extraterrestre provenienti dal cosmo; alle investigazioni legali, per stabilire se un determinato evento è stato causato da un fatto naturale o da un’azione dolosa e intelligente; ai brevetti, dove occorre stabilire se si è verificata un’imitazione deliberata o dovuta al caso; all’analisi della falsificazione dei dati; alla crittografia e alla decifrazione dei codici segreti. In genere, davanti a un algoritmo informatico, un geroglifico, un utensile o un disegno sulle pareti di una caverna, l’uomo riesce a individuare in maniera intuitiva la causa intelligente dal tipo di informazione che vi è contenuta. L’Intelligent Design propone un metodo scientifico per scoprire, in maniera rigorosa e matematica, questi segni d’intelligenza nelle cose. A tal fine, Dembsky ha elaborato un «filtro» capace di identificare statisticamente in via generale se un determinato risultato è prodotto dall’intelligenza o dal caso. L’intelligenza lascia infatti dietro di sé la sua firma, quando l’informazione è complessa (cioè non riproducibile fortuitamente) e specifica (cioè corrispondente a un certo schema o modello indipendente). Nella definizione di Dembski, il progetto intelligente è la scienza che studia i segni dell’intelligenza. Ciò che rende questa scienza così controversa è il fatto che intende applicare le sue acquisizioni anche alla biologia, sfidando il veto evoluzionista. Vi sono infatti moltissimi sistemi del mondo naturale che gli evoluzionisti attribuiscono al caso, come l’origine e l’evoluzione della vita, che sono in verità così altamente improbabili da passare il severo filtro statistico proposto da Dembski, e rientrare necessariamente tra quelli progettati da un’intelligenza. Ogni persona sana di mente guardando i volti dei presidenti americani scolpiti sul monte Rushmore li attribuirebbe a una causa intelligente e non all’erosione naturale. Ma allora, se è logico vedere l’intelligenza all’opera in una scultura, come non vederla in un corpo umano infinitamente più complesso? Gli evoluzionisti rifiutano tuttavia di confrontarsi con il progetto intelligente e chiedono ai tribunali di espellerlo dalle scuole in quanto non scientifico. Negli Stati Uniti hanno vinto una prima battaglia nel tribunale di Harrisburg, che nel dicembre 2005, per bocca del giudice federale John E. Jones, ha deciso che l’insegnamento del disegno intelligente nelle scuole viola la separazione tra Stato e Chiesa. La sentenza è tuttavia fortemente criticabile, non solo perché si basa su una concezione laicista del principio di separazione ben lontana dagli intenti originari dei padri fondatori (in una società libera, infatti, i programmi scolastici dovrebbero essere affidati alle scelte del mercato, dei genitori o delle comunità locali, non delle autorità federali), ma anche perché non è compito di un giudice stabilire il carattere più o meno scientifico di una teoria. La questione va dibattuta tra gli scienziati, gli epistemologi e i filosofi della scienza, non dagli avvocati e dai pubblici ministeri nelle aule giudiziarie. Dalla parte opposta, si ribatte che il progetto intelligente è un vero programma di ricerca scientifico, perché non fa mai appello a Dio o all’autorità delle Scritture. A differenza del creazionismo, che parte dal libro della Genesi e cerca di dimostrarne la fondatezza scientifica, il progetto intelligente parte dall’esame dei dati empirici, e da questi inferisce l’esistenza di una causa intelligente responsabile della complessità specifica o irriducibile presente in natura. Le tesi del progetto intelligente, pertanto, sono falsificabili in senso popperiano come quelle di ogni teoria scientifica. Ad esempio, la conclusione secondo cui l’occhio è un organo irriducibilmente complesso, e quindi necessariamente progettato, può essere falsificata dimostrando le modalità precise con cui si è gradualmente formato nel tempo. In alcuni casi, come le indagini sul bioterrorismo, l’Intelligent Design potrebbe rivelarsi un utile strumento scientifico. Supponiamo che in futuro un virus o un batterio mai visto prima provochi un’epidemia mortale su vasta scala. A quel punto sarà importante sapere se il nuovo microrganismo sia sorto casualmente per evoluzione o se sia stato progettato in laboratorio, perché nel secondo caso potrebbe trattarsi di un attacco terroristico con armi biologiche. Chi può risolvere una questione come questa? Non certo i teologi o i filosofi, ma gli scienziati: usando proprio quelle tecniche scientifiche messe a punto dal progetto intelligente per scoprire i segni dell’intelligenza nella natura!

I rischi del materialismo
Nel mondo cattolico le teorie del disegno intelligente sono state accolte con interesse dal cardinale di Vienna Christoph Schönborn, che il 7 luglio 2005 ha pubblicato sul New York Times un articolo critico verso il darwinismo, e a quanto pare anche dallo stesso Papa Benedetto XVI, che nell’omelia della Messa di insediamento ha affermato: «Non siamo il prodotto casuale e senza senso dell’evoluzione. Ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio». Altre voci cattoliche, come quella del cardinale Paul Poupard, del gesuita Giuseppe De Rosa o dell’antropologo Fiorenzo Facchini, hanno però mostrato una certa ostilità verso l’Intelligent Design. Il progetto intelligente scuote infatti il tranquillo modus vivendi tra scienza e religione al quale molti si erano abituati. Temendo di essere tacciati di oscurantismo, la maggioranza dei cattolici ha infatti cessato da tempo di criticare le teorie di Darwin sposando una sorta di «teismo evoluzionistico», in base al quale il principio di evoluzione e il principio di creazione convivono su due piani diversi. Secondo questa visione «ecumenica», il disegno di Dio si attuerebbe attraverso le leggi evoluzionistiche della natura. Ci sono però alcuni problemi con il teismo evoluzionistico. In primo luogo, sopravvaluta eccessivamente le prove a favore dell’evoluzione. Una cosa è dire, come nella lettera di Giovanni Paolo II rivolta nel 1996 alla Pontificia Accademia delle Scienze, che la teoria evoluzionista è «più che un’ipotesi»; ma altra cosa è dire, come il biblista Gianfranco Ravasi, che «è ovvio che l’evoluzione esiste, non si possono ignorare i risultati della scienza». In secondo luogo, l’inserimento di Dio all’interno della visione evoluzionistica dà l’impressione di un’aggiunta posticcia e non necessaria, di cui la teoria darwiniana può tranquillamente fare a meno. I cattolici, ovviamente, non potrebbero mai accettare una teoria fondata su presupposti filosofici naturalisti o materialisti, ma è proprio sotto questa veste che la teoria di Darwin compare nei testi di biologia, dove l’evoluzione viene invariabilmente presentata come un processo «cieco», «non guidato» o «privo di direzione». La dottrina evoluzionista ha rappresentato un veicolo fondamentale per la diffusione dell’ateismo e del materialismo, e forse nessuna dottrina è stata capace di allontanare tanta gente dalla fede nel Dio creatore come quella di Darwin. A ragione lo scienziato Richard Dawkins, fervente darwinista, ha potuto affermare che «le teorie di Darwin ci hanno permesso di diventare compiutamente atei». In gioco, dunque, non c’è solo la verità scientifica, ma un’intera visione della realtà. Il dibattito fra il darwinismo e il progetto intelligente è infatti parte di un più ampio conflitto culturale tra coloro che ritengono che nella natura non vi sia alcun progetto morale intrinseco, e coloro che credono che nella natura vi sia un disegno, un ordine morale, che va rispettato. Perché se l’universo è quello descritto dai materialisti, allora l’uomo è interamente determinato dalla natura e quindi privo di libero arbitrio, la vita umana non ha alcun significato ultimo e non esiste alcun fondamento assoluto del bene e del male. Nel Ventesimo secolo i nazionalsocialisti e i comunisti hanno esplicitamente incorporato il darwinismo all’interno della loro ideologia proprio perché, degradando l’uomo al rango di un animale o, peggio, di un oggetto materiale sorto dalla fortuita combinazione di elementi chimici, erano liberi di annientarlo senza impacci d’ordine morale. Oggi, analogamente, i sostenitori della cultura della morte, dell’aborto, dell’eutanasia, dell’eugenetica, degli esperimenti sugli embrioni o della clonazione umana hanno bisogno di un universo che sia compatibile con i propri desideri, nel quale non può esserci posto per alcuna realtà spirituale o sovrannaturale. Un’etica materialista richiede necessariamente un universo materialista. Le guerre culturali sono dunque, in ultima analisi, guerre cosmologiche. Coloro che riusciranno a ricostruire la narrazione più convincente sulle origini dell’universo, della vita e dell’uomo conquisteranno anche la guida morale e culturale della società.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------

E’ corretto addossare a Charles Darwin la responsabilità della diffusione negli Stati Uniti e in Europa, a partire dagli ultimi decenni dell’Ottocento, delle politiche eugenetiche miranti al miglioramento della razza attraverso il divieto dei matrimoni misti, le sterilizzazioni forzate, l’eutanasia per i disabili, fino allo sterminio delle popolazioni “inferiori”?

Chi si permette di porre un simile interrogativo si sente ripetere il ritornello già sentito a proposito di un’altra disastrosa ideologia: non bisogna confondere le buone teorie con le loro cattive applicazioni. Gli interessi di Darwin, ci viene assicurato, erano esclusivamente naturalistici, e i darwinisti sociali che applicarono i meccanismi della selezione alle vicende umane non andrebbero considerati come suoi seguaci, ma come traditori della sua eredità.

E’ lecito tuttavia sollevare qualche dubbio, soprattutto oggi che sui temi bioetica gli evoluzionisti più convinti riscoprono l’eugenetica sotto vesti più progressiste e umanitarie. La lettura de “L’origine dell’uomo” (ed. Studio Tesi, 1991), pubblicato nel 1871, ci presenta infatti un Darwin relativista morale, convinto dell’esistenza di una gerarchia tra le razze umane e favorevole all’eugenetica. In quest’opera Darwin nega l’esistenza della legge naturale su cui si fondava da quasi duemila anni la morale cristiana, e propone un nuovo relativismo morale fondato sull’evoluzione. Le facoltà morali dell’uomo non farebbero parte della sua natura, ma evolverebbero “attraverso la selezione naturale, affiancata dall’abitudine ereditata”. Gli uomini primitivi che avevano sviluppato istinti sociali più forti, come la generosità, la fedeltà e il coraggio, formarono tribù più forti e coese, che eliminarono nella lotta per l’esistenza le tribù con regole morali meno sviluppate: “Una tribù ricca delle qualità suddette doveva ampliarsi e riuscire vittoriosa sulle altre tribù: ma nel corso del tempo doveva, a giudicare dalla storia, essere sopraffatta da altre tribù ancora più dotate. Così le qualità sociali e morali tendevano a progredire lentamente e a diffondersi per il mondo” (pp. 169-170). Questa spiegazione evoluzionistica della morale fornisce una base scientifica al relativismo morale, dato che la coscienza umana, sorgendo accidentalmente dalla selezione naturale, avrebbe potuto evolvere in qualsiasi forma: “Se per esempio, per prendere un caso estremo, gli uomini fossero allevati nelle stesse precise condizioni delle api, non v’è quasi alcun dubbio che le nostre femmine non maritate crederebbero, come le api operaie, loro sacro dovere uccidere i fratelli, e le madri tenterebbero di uccidere le figlie feconde; e nessuno penserebbe a opporsi” (p. 125). L’omicidio e l’infanticidio, sta dicendo Darwin, non possono essere condannati in sé, ma vanno valutati in base alla loro capacità di garantire la sopravvivenza del gruppo.

La brutalità del processo di sopravvivenza del più adatto e la sua mancanza di direzione sembrano però in contraddizione con l’idea che l’evoluzione sia moralmente progressiva. Infatti secondo Darwin le nazioni dell’Europa occidentale, dal punto di vista morale, “superano smisuratamente i loro progenitori selvaggi e sono al vertice della civiltà”, ma questa superiorità dell’uomo civilizzato (che include la simpatia per i propri simili e “il disinteressato amore per tutte le creature … fino agli animali più bassi”) è il prodotto di millenni di lotta per la sopravvivenza, che è lungi dall’essere terminata. Per Darwin anche il progresso morale, paradossalmente, richiede la distruzione delle razze “meno adatte” da parte di quelle più avanzate: “L’uomo, come tutti gli altri animali, ha senza dubbio progredito fino alla sua condizione attuale a opera della lotta per l’esistenza, frutto del suo rapido moltiplicarsi; e, se egli deve progredire ed elevarsi ancora di più, deve rimanere soggetto a una dura lotta” (p. 270). Tra gli intellettuali che esaltavano la guerra come “igiene del mondo”, questo tema ebbe una grande popolarità negli anni che precedettero la Prima guerra mondiale.

Nell’“Origine della specie” (1859) Darwin aveva spiegato che in natura la lotta per la sopravvivenza avviene tra le specie più simili: nell’“Origine” dell’uomo applica questa idea alla storia evolutiva dell’uomo, plaudendo alla necessaria e benefica estinzione delle razze meno favorite: “In un tempo avvenire, non molto lontano se misurato in secoli, le razze umane civili stermineranno e si sostituiranno in tutto il mondo alle razze selvagge. Nello stesso tempo le scimmie antropomorfe saranno senza dubbio sterminate. La lacuna tra l’uomo e i suoi più prossimi affini sarà allora più larga, perché invece di essere interposta tra il negro dell’Australia e il gorilla, sarà tra l’uomo in uno stato, speriamo, ancor più civile degli europei, e le scimmie inferiori come il babbuino” (p. 207). Il senso è chiaro: grazie alla selezione naturale la razza europea emergerà come distinta specie di homo sapiens, mentre le forme intermedie (lo scimpanzè, il gorilla, l’aborigeno australiano e il negro africano) si estingueranno.

La selezione naturale però non opera solo tra le razze, ma anche tra gli individui della stessa razza, e qui entra in scena l’eugenetica. Darwin osserva (una lamentela ripresa poi da eugenisti come Francio Galton ed Ernst Haeckel) che l’uomo civilizzato, malgrado la sua superiorità, ha uno svantaggio rispetto al selvaggio: “Fra i selvaggi i deboli di corpo e di mente vengono presto eliminati; e quelli che sopravvivono godono in genere di un ottimo stato di salute. D’altra parte, noi uomini civili cerchiamo con ogni mezzo di ostacolare il processo di eliminazione; costruiamo ricoveri per gli incapaci, per gli storpi e per i malati; facciamo leggi per i poveri; e i nostri medici usano la loro massima abilità per salvare la vita di chiunque fino all’ultimo momento. Vi è ragione di credere che la vaccinazione abbia salvato migliaia di persone, che in passato sarebbero morte di vaiolo a causa della loro debole costituzione. Così i membri deboli della società civile si riproducono. Chiunque sia interessato dell’allevamento di animali domestici non dubiterà che questo fatto sia molto dannoso alla razza umana. E’ sorprendente come spesso la mancanza di cure o le cure mal dirette portano alla degenerazione di una razza domestica: ma, eccettuato il caso dell’uomo stesso, difficilmente qualcuno è tanto ignorante da far riprodurre i propri animali peggiori … Dobbiamo perciò sopportare gli effetti indubbiamente deleteri della sopravvivenza dei deboli e della propagazione delle loro stirpe” (pp. 175-176). Tutto questo, per inciso, detto da un uomo che fu cagionevole di salute, e che ebbe figli tutti ugualmente fragili.

Alla fine del libro Darwin espone apertamente le sue proposte di politica eugenetica: “Se i vari ostacoli di cui abbiamo parlato … impediscono agli irrequieti, ai viziosi e agli altri elementi inferiori della società di accrescersi più rapidamente del gruppo di uomini migliori, la nazione regredirà, come è accaduto spesso nella storia del mondo” (p. 184). “L’uomo - continua Darwin – ricerca con cura il carattere e la genealogia dei suoi cavalli, del suo bestiame e dei suoi cani, prima di accoppiarli; ma quando si tratta del suo proprio matrimonio, di rado, o quasi mai, si prende tutta questa briga … Eppure l’uomo potrebbe mediante la selezione fare qualcosa non solo per la costituzione somatica dei suoi figli, ma anche per le loro qualità intellettuali e morali … D’altra parte, se i prudenti si astengono dal matrimonio, mentre gli avventati si sposano, i membri inferiori della società tenderanno a soppiantare i migliori”. “I due sessi - conclude Darwin – dovrebbero star lontani dal matrimonio, quando sono deboli di mente e di corpo; ma queste speranze sono utopie, e non si realizzeranno mai, neppure in parte, finché le leggi dell’ereditarietà non saranno completamente conosciute. Chiunque coopererà a questo intento, renderà un buon servigio all’umanità” (p. 269). Darwin propone la teoria, del tutto indimostrata, secondo cui i figli dei “non adatti” sarebbero anch’essi “non adatti”, negando così ogni importanza ai fattori ambientali, culturali e alle scelte personali.

Contrariamente a quanto sostiene la vulgata, perciò, ne “L’Origine dell’uomo” sono esposte tutte le tesi principali del darwinismo sociale e dell’eugenetica. Aderendo a questa nuova concezione materialista dell’uomo, ridotto a pura entità biologica, l’occidente ha preso una china rovinosa e ha generato quella cultura di morte con cui dobbiamo ancora oggi fare i conti.
-------------------------------------------------------------------------------------------------------------

La clamorosa abiura dell’ateismo da parte di uno dei suoi esponenti più famosi, il filosofo Anthony Flew, raccontata e descrita sulle pagine del Dom da Philip Larrey, ha suscitato scalpore all’interno della comunità scientifica perché a fargli cambiare idea non è stata un’improvvisa illuminazione religiosa o una nuova argomentazione filosofica, ma le sempre più convincenti prove empiriche che sembrano dimostrare, per l’estrema complessità dell’universo e dei modi in cui si è formata la vita, il coinvolgimento di un’intelligenza superiore.

Flew ha cioè fatto proprio il “creazionismo scientifico” che il movimento dell’“Intelligent Design” (“disegno intelligente”) ha iniziato a far circolare con successo sulla scena pubblica statunitense a partire dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso. La tesi centrale del “disegno intelligente” è che il caso e la selezione naturale, le forze che per i darwinisti spingono l’evoluzione, non sono sufficienti a spiegare le caratteristiche degli esseri viventi, la cui complessità si comprende meglio postulando una causa intelligente piuttosto che un processo senza direzione.

Questa rivolta contro le dominanti teorie evoluzioniste, nata all’interno del mondo scientifico, ha la sua data di origine nel 1985, anno di pubblicazione del libro Evolution: a Theory in Crisis di Michael Denton. Secondo questo chimico e medico australiano, la teoria evoluzionista aveva accumulato troppi problemi irrisolti che non si potevano più ignorare. Denton elencava in maniera dettagliata più di venti organi esistenti in natura, a partire dal polmone degli uccelli, che non avrebbero mai potuto formarsi a poco a poco, per numerose, successive e piccole modificazioni, perché nella forma intermedia non avrebbero funzionato.
La conclusione del libro era perentoria: la teoria darwiniana della macroevoluzione, che dovrebbe spiegare il passaggio da una specie all’altra, «dal 1859 a oggi non è stata confermata da una sola scoperta empirica ». In queste condizioni, avvertiva Denton, il paradigma scientifico del darwinismo era destinato a entrare presto in crisi.

Uomini e topi, e scienziati
Denton si considerava peraltro agnostico e non proponeva una teoria alternativa al darwinismo. Il suo libro si rivelò tuttavia decisivo nella nascita dell’“Intelligent Design” perché aveva un’impostazione scientifica molto più rigorosa del tradizionale creazionismo biblico. Anche l’attuale leader del movimento del “disegno intelligente”, il docente di Diritto dell’università californiana di Berkeley Philip Johnson, ha affermato di essersi «risvegliato dal sonno dogmatico» proprio grazie alla lettura di questo libro. La storia della conversione di Johnson è singolare: nel 1987, osservando la vetrina di una libreria scientifica di Londra, nota due libri affiancati, The Blind Watchmaker di Richard Dawkins – il più famoso sostenitore del darwinismo – ed Evolution: A Theory in Crisis di Denton. Li acquista entrambi e li legge senza interruzione la sera stessa. Alla fine le argomentazioni di Dawkins l’avevano lasciato perplesso, ma la critica di Denton gli era apparsa irresistibile.

Non essendo uno scienziato, Johnson decide che da quel momento avrebbe studiato quanto più poteva l’argomento. Negli anni successivi, terminato il periodo di preparazione, organizza dunque una serie di convegni in ambito universitario e s’impegna personalmente in decine di dibattiti pubblici con i maggiori campioni dell’evoluzionismo (come Stephen Jay Gould), mettendo le proprie notevoli capacità logiche e dialettiche, allenate in decenni di pratica giudiziaria, al servizio della critica al darwinismo.
Nel 1991 pubblica un libro che diventa una pietra miliare del movimento, Darwin On Trial, nel quale accusa i darwinisti di fondare le proprie teorie non su prove scientifiche, che anzi le smentirebbero, ma su una filosofia metafisica a priori, il materialismo. Il darwinismo, secondo Johnson, svolge infatti il ruolo di mito fondante della cultura moderna; funziona cioè come un dogma religioso che tutti debbono accettare come vero, piuttosto che come una ipotesi scientifica da sottomettere a test rigorosi.

L’attività di Johnson apre così la strada alle intuizioni di alcuni scienziati creativi che nella seconda metà degli anni Novanta sviluppano esplicitamente, in maniera costruttiva e positiva, una teoria a favore del “disegno intelligente”. Nel 1996 in un articolo pubblicato dal biochimico Michael Behe su The New York Times, intitolato (in traduzione) “Darwin al microscopio”, compare per la prima volta – tutto verrà poi sviluppato e approfondito nel libro Darwin’s Black Box. The Biochemical Challenge to Evolution – l’“eresia” secondo cui esisterebbe una teoria chiamata “disegno intelligente” in grado di spiegare meglio del darwinismo la formazione di tanti meccanismi molecolari “irriducibilmente complessi”, quali per esempio le funzioni della cellula o la coagulazione del sangue.

Il concetto di “complessità irriducibile” viene elaborato da Behe per descrivere quei meccanismi il cui funzionamento dipende dall’interazione di molte parti. Questi sistemi non possono formarsi per lenta evoluzione, ma debbono necessariamente essere progettati e assemblati tutti in una volta, come solo l’intelligenza sa fare. Per spiegare il concetto in termini comprensibili, Behe fa l’esempio della trappola per topi, che è composta da cinque parti e che non potrebbe funzionare se anche solo una di queste venisse rimossa. La stessa cellula è infinitamente più complessa di quanto si poteva ipotizzare ai tempi di Charles Darwin.
La credibilità di Behe come scienziato dà al suo libro un grande successo (45mila copie vendute in un anno e centinaia di recensioni) e fa di lui il personaggio più in vista del movimento. I darwinisti lo accusano però di aver mischiato le proprie convinzioni cattoliche con la scienza. Ma per quale motivo, si chiede Behe, bisogna limitare l’oggetto della scienza alle sole spiegazioni materialiste, anche quando la ricerca conduce a spiegazioni diverse?

Se le prove empiriche rendono plausibile l’esistenza di un “progetto intelligente” nella natura, perché un ricercatore non dovrebbe accettarle? Esaminando un sistema, spiega Behe, lo scienziato può inferire l’esistenza di un “disegno intelligente”, ma non può stabilire chi sia il progettista. È possibile immaginarlo come un essere supremo, ma non spetta agli scienziati descriverlo. La scienza a questo punto deve fermarsi, lasciando il posto alla teologia.

Il filtro di William Dembsky
Un importante contributo alla questione del rapporto tra religione, scienza e “disegno intelligente” viene dunque sviluppato dal matematico William Dembsky nel libro Mere Creation del 1997, che raccoglie gl’interventi del convegno svoltosi nel novembre 1996 alla Biola University di Los Angeles, vero punto di svolta per l’intero movimento.
Dembsky osserva che in altri campi l’individuazione degl’indizi di un intervento intelligente è un’attività comunissima: si pensi all’archeologia, quando occorre stabilire se un oggetto ritrovato sia o meno un manufatto; al programma SETI per intercettare eventuali segni d’intelligenza extraterrestre provenienti dal cosmo; alle investigazioni legali per stabilire se un determinato evento sia stato causato da un fatto naturale o da un’azione dolosa e intenzionale; ai brevetti, dove occorre stabilire se si è verificata un’imitazione deliberata o dovuta al caso; all’analisi della falsificazione dei dati; alla crittografia e alla decifrazione dei codici segreti.

Nell’esperienza comune, infatti, la presenza d’informazioni viene sempre associata all’intelligenza, che si tratti di un algoritmo informatico, di un geroglifico, di un utensile o di un disegno tracciato sulle pareti di una caverna. Per Dembsky non c’è ragione per non applicare queste stesse tecniche anche alle scienze naturali, onde spiegare per esempio l’enorme quantità d’informazioni presente nel DNA come il prodotto di un “disegno intelligente”.
Dembsky propone infatti un “filtro” capace d’identificare statisticamente in via generale se un determinato risultato è prodotto dall’intelligenza oppure dal caso. A un primo livello si verifica se l’evento è altamente probabile, e in questo caso lo si può attribuire a cause naturali escludendo fin da subito che sia stato progettato. A un secondo livello, il filtro stabilisce se l’evento è solo mediamente improbabile (per esempio, una scala reale nel poker): anche in questa ipotesi il caso è una spiegazione sufficiente.

Al terzo livello del filtro rimangono solo i risultati altamente improbabili, ma anche in questi casi non li si può classificare subito come progettati. Debbono infatti anche essere “specifici”, ovvero debbono conformarsi a un determinato schema identificabile. Così, per esempio, se per cinque volte consecutive durante una partita di poker capita una scala reale alla stessa persona, è più razionale attribuire questi esiti non alla fortuna, ma alla deliberata azione di un baro.

Vi sono però moltissimi sistemi del mondo naturale che gli evoluzionisti attribuiscono al caso, come l’origine e l’evoluzione della vita, che sono in verità così altamente improbabili da passare questo severo test statistico e rientrare necessariamente tra quelli progettati da un’intelligenza. Ogni persona sana di mente, osserva Dembsky, guardando i volti dei presidenti degli Stati Uniti scolpiti sul famoso monte Rushmore, li attribuirebbe a una causa intelligente e non all’erosione naturale. Ma allora, se è logico vedere l’intelligenza all’opera in una scultura, come non vederla in un corpo umano infinitamente più complesso?

Le icone di Jonathan Wells
Un altro duro colpo all’ortodossia evoluzionista è poi arrivato dallo scienziato “iconoclasta” Jonathan Wells, il quale, per mettere in luce l’approccio dogmatico e fideistico con cui il darwinismo viene insegnato nelle scuole, ha denunciato, nel libro The Icons of Evolution (uscito nel 2000), le inaccuratezze scientifiche, se non le vere e proprie frodi, che riempiono i più diffusi manuali di biologia.
Le “icone” dell’evoluzione sarebbero quelle quattro immagini ormai classiche che da decenni continuano a essere riproposte nei testi degli studenti per illustrare le “conquiste scientifiche” del darwinismo: l’esperimento di Stanley Miller sull’origine della vita, l’albero della vita darwiniano, gli embrioni di Ernst Haeckel e l’archaeopterix, cioè il presunto anello di congiunzione tra i rettili e gli uccelli.

Malgrado la scienza abbia da tempo negato ogni loro validità, queste proverbiali quattro immagini continuano a essere proposte come se nulla fosse. Non è vero infatti che nel 1953 Miller riuscì a ricreare la vita in laboratorio da una mistura chimica simile al brodo primordiale: riuscì solo a far scaturire un aminoacido, ma per arrivare da questo a una cellula vivente il salto è lunghissimo. Anche l’immagine dell’albero darwiniano della vita, con i rami che si dipartono da un capostipite comune, non ha nessuna corrispondenza con le scoperte della paleontologia, dato che non sono mai stati ritrovati gli “anelli intermedi” tra una specie e l’altra. Dai ritrovamenti fossili, al contrario, sembra che le specie viventi siano apparse più o meno simultaneamente, già perfettamente formate, nella grande esplosione di vita del Cambriano, circa 540 milioni di anni fa. E l’archaeopterix, come si è scoperto, non era affatto mezzo rettile e mezzo uccello: non era nemmeno il progenitore degli attuali uccelli, era solo il membro di un gruppo di uccelli totalmente estinto.

La presenza nei libri di testo dei disegni degli embrioni di Haeckel (uno dei padri fondatori dell’eugenetica, morto nel 1919) è però ancora più grave, trattandosi di una frode conclamata. L’obiettivo di Haeckel, mostrando la rassomiglianza tra diverse specie nelle prime fasi di vita, era quello di dimostrare l’origine comune di tutti i viventi, come se lo sviluppo dell’embrione riproducesse il meccanismo generale dell’evoluzione da uno stadio indifferenziato verso stadi differenziati. Peccato però che Haeckel avesse alterato di proposito i disegni degli embrioni e che avesse scelto degli esempi di comodo, oltretutto non riguardanti i primi stadi di vita.

Oggi i biologi sanno bene come gli embrioni delle varie specie all’inizio non si somiglino affatto tra loro. Per Wells una frode di questo genere, per altro ben risaputa, rappresenta l’equivalente accademico di un omicidio ed è altamente rappresentativa dei metodi sleali che l’establishment evoluzionista è disposto ad adottare per difendere le proprie teorie. Oggi, insomma, i fautori del “disegno intelligente” si sentono dei rivoluzionari intenzionati a trasformare il modo in cui l’origine della vita viene insegnata nelle scuole, nelle università e nei programmi televisivi, e affermano di voler combattere in nome della libertà di pensiero: non cioè per cancellare l’evoluzionismo dai programmi scolastici, ma per farlo studiare di più, approfondendone anche i punti deboli e le teorie alternative.
Per l’ortodossia darwinista sono avversari molto più pericolosi dei creazionisti biblici, perché grazie alle loro eccellenti credenziali accademiche hanno reso per la prima volta la critica antievoluzionista intellettualmente rispettabile.

Guglielmo Piombini


                         T H E      S U R V I V A L     O F      T H E      F A K E S T

sfoglia     marzo        maggio
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario
Finanza
Saggi ed Analisi di Economia
Gestione Portafogli
Articolati
Fisiologia
Stati Avanzati di Depravazione
Filosofando

VAI A VEDERE

Ultimissime Di Bella
Ne Quid Nimis
Walking Class
Scribacchiature
InMinoranza
Fort
Zamax
Noise from Amerika


Date forza alla libertà di curarsi!
Quello che potete, se volete......

AIAN Modena
c/c n. 854632
B. Pop. Emilia Romagna - Ag. 5
ABI 5387  -  CAB 12905

COME DONARE IL 5 PER MILLE ALLA FONDAZIONE DI BELLA
Occorre, nella prossima dichiarazione dei redditi (Mod. 730 o Unico),apporre la propria firma nell`apposita sezione "Sostegno del volontariato, delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale, delle associazioni di promozione sociale, delle associazioni e fondazioni" ed indicare il codice fiscale 01995220355

In questo blog non si danno consigli, si pensa semplicemente ad alta voce.
Pertanto, qualunque decisione attuata in seguito alla lettura di tali pensieri rimane di responsabilità esclusiva di chi la pone in essere.
Ne deriva che se le cose vanno male non potete rompere l'anima, così come nulla è dovuto da parte vostra se vanno bene.



Link Utili

Linus Pauling Institute

Metodo Di Bella
What they don't tell you about AIDS

CERCA