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Diario


12 maggio 2006


Autocelebrazioni

Economic goods, and Money as a good




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12 maggio 2006


Specchio, Specchio delle mie Brame,
Chi è il più Zozzo del Reame?


Riccardo Luna per il quotidiano “Il Romanista”


Tutti gli uomini (e due donne) del "sistema Moggi". Sono 58 nomi: 16 arbitri e guardalinee, 11 esponenti della Gea, 9 di Figc e Coni; 8 dirigenti di club; 8 giornalisti, e 7 dirigenti e funzionari delle forze dell’ordine.

Costituiscono l’impressionante ragnatela di alleanze occulte che secondo i magistrati di Napoli ha consentito a Luciano Moggi di comandare il calcio italiano. Con le promesse, le lusinghe, i regali, ma quando serve anche le minacce: «Quello lo prendo a calci in culo, quello lo sistemo io» è una delle frasi più ricorrenti intercettate dai carabinieri di Roma nelle migliaia di conversazioni telefoniche del campionato 2004/2005.

(Fine del Signore degli Agnelli?-da www.aretfatti.it)

Persino un questore a un certo punto si ritrova minacciato da Moggi perchè ha intenzione di cambiare mansioni ad un poliziotto fedele al direttore generale della Juve. E c’è un arbitro, Paparesta, aggredito fisicamente al termine di una gara rocambolesca persa a Reggio Calabria (1-0): ovviamente nello stanzino degli spogliatoi dove Moggi lo avrebbe chiuso a chiave. In quell’occasione Lanese, il presidente degli arbitri, intima all’osservatore dell’Aia, che era presente, di fare finta di nulla: dimenticarsi quella brutta scena.

Non sono esagerazioni per gli inquirenti che da quasi due anni indagano quella che loro considerano "la piovra moggiana". Era un meccanismo perfetto: non a caso Mazzini, il numero tre della Figc che di Moggi era l’alter ego, una volta in un impeto di ammirazione gli disse: «Tu sei il padrone di questo mondo di teste di cazzo».

Funzionava così. 1) Moggi con i vertici dello calcio e del settore arbitrale decideva quali club favorire e quali penalizzare in base alla fedeltà al sistema. 2) Gli arbitri e i guardalinee eseguivano gli ordini in cambio di regali, favori e avanzamenti di carriera. 3) Una dozzina di giornalisti prezzolati difendeva le tesi juventine e gli arbitri complici, attaccando gli altri. 4) La Gea era il braccio finanziario sul mercato consentendo pressioni su calciatori e allenatori. 5) Infine ci sono apparati dello Stato che si mettevano al servizio di Moggi per qualunque necessità. A cominciare dall’avvisarlo quando c’erano problemi giudiziari in arrivo.
(Tullio Lanese -da Lapresse)

IL CONTROLLO DEL PALAZZO
Strategico, per Moggi, è il controllo della Federcalcio e della Lega. Le indagini dimostrano con quanto impegno tutti gli uomini del sistema Moggi si diano da fare nella stagione 2004/5 per la riconferma di Carraro in Figc e di Galliani in Lega. Anche con l’utilizzo di dossier a pagamento per screditare Diego Della Valle che, appena arrivato in serie A, annunciava di voler cambiare il sistema.

Nove gli indagati. Il primo è il presidente dimissionario della Federcalcio Carraro, che secondo le indagini, prendeva ordini da Moggi attraverso il presidente di Capitalia Cesare Geronzi (Carraro è presidente di Mediocredito centrale dello stesso gruppo bancario, e ogni tanto Geronzi dopo i colloqui con Moggi «gli dà una ripassatina»).
(Pronto Lucia'...)

Poi il suo numero tre, anch’egli dimissionario, Innocenzo Mazzini, vero alter ego di Moggi: si incarica di sistemare la questione di far evitare la retrocessione a Lazio e Fiorentina per motivi diversi. Essendo il capo del centro federale di Coverciano, dove il giovedì si riuniscono gli arbitri prima del sorteggio, è in grado di esercitare una influenza determinante sul loro atteggiamento.

Ci sono poi il presidente degli arbitri Tullio Lanese e i designatori arbitrali Bergamo e Pairetto: non si contano i loro contatti con Moggi, le loro cene che comprendevano sempre anche Antonio Giraudo. Un indizio di colpevolezza è considerato il fatto che per le conversazioni con Moggi i vertici arbitrali utilizzassero cellulari svizzeri o sloveni per non essere intercettati.

Fin qui tutto previsto: stupisce invece trovare nell’elenco degli indagati anche due persone fino ad oggi rimaste fuori dallo scandalo: il segretario generale della Figc Francesco Ghirelli e il suo pari grado del Coni, Raffaello Pagnozzi, braccio destro del numero uno dello sport Petrucci. Indagati infine gli impiegati federali Manfredi Martino e Maria Grazia Fazi.
(Il Gatto e la Volpe)

IL CONTROLLO DEGLI ARBITRI
L'inchiesta dei pubblici ministeri di Napoli Beatrice e Narducci, parte proprio da qui: dalle accuse agli arbitri Palanca e Gabriele, poi sospesi, e alle voci di una «combriccola romana» in grado di determinare i risultati delle partite favorendo il calcio scommesse.

Sono ben sedici gli indagati fra arbitri e guardalinee. Il più famoso è Massimo De Santis di Tivoli, recentemente prescelto a rappresentare l’Italia ai Mondiali, prima che lo scandalo scoppiasse e gli venisse affiancato il torinese Rosetti. De Santis non è solo il più famoso tra gli arbitri coinvolti: secondo la ricostruzione degli inquirenti sarebbe anche il capo cordata degli arbitri moggiani. Avrebbe infatti un ruolo chiave per persuadere i colleghi più giovani a fare parte del sistema in cambio di vantaggi e avanzamenti nella carriera.

E per quanto nel finire dello scorso campionato si sia registrato qualche attrito fra De Santis e Moggi (dopo il ko della Juve con l’Inter per 1-0), gli inquirenti non mostrano dubbi sulla sua fedeltà al sistema (come dimostrerebbe tra l’altro la scandalosa direzione di gara Lecce-Parma 3-3, che, all’ultima giornata portò al previsto salvataggio della Fiorentina).
Oltre a De Santis gli altri arbitri indagati sono: Gianluca Paparesta, Paolo Bertini, Paolo Dondarini, Domenico Messina, Tiziano Pieri, Gianluca Rocchi, Salvatore Racalbuto, Pasquale Rodomonti, Paolo Tagliavento, Matteo Trefoloni.
(L'internazionale Massimo De Santis)

A questi si aggiungono l’osservatore Pietro Ingargiola, il capo degli arbitri toscani Gennaro Mazzei, e i guardalinee Duccio Baglioni, Silvio Gemignani, Alessandro Griselli. Non è ancora chiaro in cosa consistano gli eventuali illeciti commessi. Le gare sotto esame sono 18: 12 della Juve, 3 della Lazio e 3 della Fiorentina.

I DIRIGENTI DELLE SOCIETA' DI CALCIO COINVOLTE
Il primo della lista, oltre a Moggi, è Antonio Giraudo. Impossibile, secondo gli inquirenti, disgiungere le gravissime responsabilità del direttore generale bianconero da quelle dell’amministratore delegato. Il quale era a conoscenza di tutto quello che Moggi faceva per consolidare il "sistema". Dall’aggiustamento degli arbitraggi al condizionamento dei giornalisti amici.

Non a caso, in tutte le cene di Moggi con Pairetto, Bergamo e Lanese, nella casa piemontese di Pairetto, c’è sempre Giraudo. Sono queste le occasioni in cui il "sistema" viene "resettato": ciò avviene quando qualche arbitro non si è comportato nella maniera prevista oppure alla vigilia di turni di campionato particolarmente delicati quando c’è da organizzare per benino la griglia degli arbitri da sorteggiare.
(Da www.artefatti.it)

Con Giraudo e Moggi troviamo un altro esponente della Juve, l’avvocato Luigi Chiappero, che avrebbe un ruolo di collegamento per informare Moggi dello stato di indagini ancora segrete.

Colpiscono i nomi dei massimi dirigenti di tre club: il Messina, la Lazio e la Fiorentina. Nel primo caso è indagato il presidente Pietro Franza: non ancora chiara l’accusa a parte il fatto di fare parte del gruppo di società vicine a Moggi.
Più nette le posizioni degli altri due club. Il presidente della Lazio Claudio Lotito è accusato di aver provato a condizionare l’esito degli incontri attraverso gli arbitri in combutta con Innocenzo Mazzini. Solo in due casi, le sue richieste sarebbero state respinte: quando la Lazio incontrò il Messina e la Juve.

La Fiorentina vede coinvolti i suoi tre massimi esponenti: il patron Diego Della Valle, il fratello Andrea e l’amministratore delegato Sandro Mencucci. In questo caso la storia è emblematica: la Fiorentina sarebbe stata punita per la politica alternativa di Della Valle («Deve perde’ un po’ di partite» si dicono Moggi e Mazzini in piena bagarre elettorale), e quando è ormai a un passo dalla B, i Della Valle si piegano: chiedono aiuto a Moggi e lo ottengono.
(Il Patron viola, Dieguito Della Valle-U.Pizzi)

I GIORNALISTI À LA CARTE
Sono i giornalisti uno degli anelli più importanti del sistema Moggi. Tocca a loro scatenare, soprattutto in tv, la controffensiva mediatica in grado di smontare le accuse alla Juve di essere favorita dagli arbitri (ma solo quando il favore è troppo smaccato). Tocca sempre a loro proteggere gli arbitri amici di Moggi dalle critiche («nel caso prenditela col guardalinee» è la concessione del capo), attaccare gli arbitri "ribelli" ed evidenziare gli errori a favore di altri club per togliere la Juve dal mirino delle critiche.

Il programma curato con più attenzione è "Il Processo del Lunedì" grazie alla assoluta fedeltà del conduttore Aldo Biscardi e del moviolista Fabio Baldas. Con il primo, Moggi concorda gli ospiti e la scaletta, con il secondo decide gli episodi da far rivedere e fissa il tipo di atteggiamento da tenere su arbitri e assistenti.
(Il processante Biscardone-U.Pizzi)

Biscardi e Baldas sono naturalmente indagati. Ma non sono i soli. Risulta indagato anche un altro giornalista di punta del Processo, Franco Melli, che da Moggi prende le direttive su cosa dire nel dibattito in studio. Indagato il giornalista de Il Giornale Tony Damascelli e con lui tre giornalisti Rai: il dirigente di Raisport Ignazio Scardina, il cronista imposto da Moggi per le partite della Juve Ciro Venerato, e persino il commentatore Mauro Sandreani.
Misteriosa risulta per ora l’iscrizione nel registro degli indagati del giornalista del Corriere dello Sport Guido D’Ubaldo, che da anni per il quotidiano di piazza Indipendenza si occupa della Roma.

Ci sono infine nelle indagini decine di altre conversazioni di commentatori tv che chiedono preventivamente a Moggi, cosa dire per fargli piacere. Ma non risultano indagati. Da notare invece la forte antipatia di Moggi per la presenza di Zibì Boniek alla Domenica Sportiva: non graditi i suoi commenti e le sue domande sulla Juve. Forse non è un caso che Raisport nella stagione appena conclusa abbia fatto a meno di Zibì.

IL BRACCIO FINANZIARIO DELLA GEA
L’ indagine condotta dai carabinieri di Roma per i magistrati napoletani, fa cadere per sempre l’ipocrita assunto per cui la Gea di Alessandro Moggi e Luciano Moggi sarebbero due entità separate. In questi anni si è sempre detto che tutte le volte che la Juve doveva trattare un giocatore nell’orbita della potente agenzia, papà Moggi faceva un passo indietro lasciando la trattativa a Giraudo e Bettega.

Centinaia di intercettazioni dimostrano in maniera inequivocabile che era una menzogna. Non c’è operazione della Gea che Luciano Moggi non sappia e non approvi. Alessandro si consulta con il padre per ogni cosa e dall’autunno del 2004 parte l’offensiva per portare il figlio prediletto sulla poltrona di direttore generale della As Roma al posto del ribelle Franco Baldini. Offensiva che non va a buon fine soprattutto per la grande resistenza mostrata dai tifosi della Roma all’arrivo di un Moggi a Trigoria.

La agenzia di calciatori e allenatori, che conta quasi trecento iscritti, assolve ad una duplice funzione: consente di controllare il mercato facendo pressioni sui club nemici del sistema e favorendo gli altri; ed è una formidabile leva finanziaria per le necessità del sistema moggiano.
(La Gea World del Moggino e Company)

In più la Gea, che è nata dalla fusione tra le società di Alessandro Moggi e Chiara Geronzi, è lo strumento per avere contatti quotidiani con il padre di quest’ultima, il banchiere Cesare Geronzi, presidente di Capitalia, che nel calcio ha molteplici interessi, gioca un ruolo decisivo nelle scelte della As Roma e ha un suo diretto dipendente, Carraro, al vertice della Figc. Inoltre Carraro ha assunto l’altra figlia del banchiere, Benedetta, in Figc per occuparsi del marketing: una posizione ideale, a contatto con gli sponsor, per aiutare la sorella nell’allestimento della grande fiera annuale di Expogoal.
Con Moggino e la Geronzi, indagati anche Zavaglia padre e figlio, Riccardo Calleri, Giuseppe De Mita, Massimo Brambati, Davide Lippi (figlio del ct della Nazionale), Oreste Luciani e Pasquale Gallo.

I RAPPORTI CON L'APPARATO DELLO STATO
Il capitolo delle presunte collusioni con esponenti o apparati dello Stato è sicuramente il più raggelante. Sette gli indagati: Francesco Attardi, generale di Brigata della Guardia di Finanza e membro dell’Ufficio indagini della Figc; il prefetto capo della segreteria del ministero degli Interni Vincenzo Corrias; il capitano della Guardia di Finanza Giuseppe Lasco; il poliziotto della Questura di Torino Donato Paradiso; i poliziotti della Questura di Roma Fabio Basili e Pierluigi Vitelli; infine Giuseppe D’Aniello, maresciallo della Guardia di Finanza in congedo.

Si tratta in alcuni casi di nomi eccellenti (Attardi e Corrias) che mai nessuno avrebbe immaginato di trovare in una indagine sul calcio di questo tipo; in altri di alti funzionari di primo piano con incarichi operativi delicatissimi (Lasco); in altri ancora di dipendenti o ex dipendenti i cui rapporti con Moggi sembrano familiari.

In che senso si può dire che del sistema Moggi facessero parte esponenti delle forze dell’ordine? Anche qui ci sono vari livelli: sembra acclarato il servizio di scorta privato effettuato in orario di servizio e con auto di servizio, non solo a Moggi e al figlio, ma anche a Fabio Capello quando viene a Roma per recarsi dal dentista (era questa la scorta Digos a cui faceva riferimento il tecnico bianconero qualche tempo fa...). Più complesso sarà dimostrare l’attività di favoreggiamento nei confronti di Moggi con il tempestivo avviso dell’andamento delle indagini sul suo conto e delle iniziative della magistratura in modo da potersi preparare.

Dalle indagini risulta anche un rapporto di grande confidenza quotidiana con due ministri del passato governo Berlusconi: Siniscalco e Pisanu. In questo caso non ci sarebbero illeciti e infatti i due ministri non sono indagati: ma l’amicizia con due persone così importanti servì a Moggi per fare pressioni su funzionari dello Stato. Da notare che in questo contesto la squadra di calcio per cui tifa Pisanu, la Sassari Torres venne affidata all’allenatore della Gea Cuccureddu e ricominciò a vincere.




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12 maggio 2006


Restyling

(Artefatti)




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12 maggio 2006


Non impareranno mai

Secondo il nuovo capataz boliviano, Morales, lo Stato, opportunamente identificato con sé stesso, in ottemperanza alle risultanze costanti del potere dato ai fautori della "giustizia sociale", avrebbe il diritto sovrano di fare strame di accordi liberamente sottoscritti, derivandone la legittimità del mandare l'esercito ad espropriare i giacimenti di idrocarburi che si trovano sul suo territorio.

"E' questione di sovranità nazionale, e quindi non può neppure essere oggetto di discussione", ha statuito, illuminando decine di capi di Stato o di governo europei ad un vertice a Vienna.
I quali, confermando la timidezza da cui vengono sopraffatti quando si trovano di fronte dei fanatici aggressivi, si sono astenuti dal mandarlo sovranamente a fare in culo.

Il capataz venezuelano, Chavez, invece era a Roma ieri, dove ha incontrato il Papa, che gli ha stretto la mano con un'espressione somigliante a quella di uno che l'ha appena immersa in un pentolone pieno di liquami fisiologici.
Prima c'era stato un affettuoso scambio di cortesie con il nostro premier in fieri Romano Prodi, il quale evidentemente sentiva il bisogno di ringraziarlo per avere appena stracciato arbitrariamente una concessione dell'ENI nel suo Paese.
Ha infine ricevuto in serata uno spottone dal TG2, ad opera del solito giornalista che dava voce alle domande che lo "statista" intervistato gli aveva prima scritto.
Gli organi di informazione italiani confermano così la loro attrazione fatale per la fetenzia.

Tra qualche anno si dovranno raccogliere i cocci dei disgraziati popoli sottoposti alle cure dei suddetti, le cui libertà morali e materiali si infrangeranno davanti all'ennesima "presunzione fatale" del social-comunista di turno.




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